APRILE 2026 – Galeotta fu la “roda”

Una particolarità della documentazione processuale è la ricchezza di frasi, parole e anche interi discorsi in lingue e dialetti diversi da quelli ufficiali, in uso ai burocrati per la redazione dei procedimenti amministrativi e giudiziari. Ne è un esempio il celebre “Placito Capuano”, una delle primissime tracce scritte del “volgare”, termine con cui si indica genericamente la parlata del volgo nell’Italia medievale. Si tratta della voce del popolo, che emerge dal suo solito silenzio per raccontare la propria esperienza, riportata così per come è stata formulata dai testi per garantire la conformità della deposizione alle vicende esperite.

Il documento del mese di aprile, estratto dal fondo del Giudizio Distrettuale di Monfalcone (1798-1922), è proprio il verbale delle dichiarazioni rese da un paio di testimoni nel corso di un processo per furto avvenuto nel 1883. Il fatto singolare è un perfetto specchio del suo tempo: in una serie di circostanze nebulose, il vetturino della posta denunciava di aver perso una ruota, o forse una boccola, del proprio carro e, in conseguenza di ciò, di essere stato derubato del carico di lettere e pacchi, in molti casi contenenti denaro. Le autorità, ritenendo contraddittorio il racconto del vetturino – l’italiano Pietro Sutto, quarantenne originario del territorio di Pordenone – su ordine della Procura di Stato avviarono una fitta indagine. Il fascicolo contiene decine di testimonianze, rese nei mesi successivi al furto da numerose persone presenti quella mattina sulla linea postale Ronchi-Fiumicello, intente a portare avanti le proprie occupazioni quotidiane.

Il 20 aprile vennero ascoltati i fratelli Antonio e Francesco Bertogna, contadini, i quali riportarono le esatte parole dell’oste Giacomo Cioss, pronunciate in biasiaco mentre assisteva all’ennesimo passaggio del Sutto alla ricerca della ruota nei pressi della villa del marchese de Fabris, a Begliano: “eccolo qua che el xé, el ga trovà la roda” e “ghe xé andà fora la roda e la buccola, el ga dito che stago a rente, no go voluto star, se occorre el me da la colpa a mi se ghe manca qualche cosa”. Insomma, l’oste si era rifiutato di assisterlo per non avere la responsabilità di rimanere solo con il carico della posta e avendo compreso, probabilmente, che quello del vetturino era solo un tentativo di scaricare la colpa su qualcun altro.

Nonostante le autorità non abbiano mai trovato il bottino e dunque il processo si sia risolto in un nulla di fatto, tutte le deposizioni non lasciano spazio a dubbi: il Sutto era un girovago, aveva cambiato numerosi impieghi senza fermarsi mai per troppo tempo nello stesso posto, era già stato in carcere a Pordenone per furto ed era noto alla popolazione per essere un contrabbandiere. Qualche tempo prima aveva addirittura riferito a una serva della famiglia Vicentini di Ronchi parole decisamente incriminanti: “ancora quindese giorni se vedemo Barbara e dopo vago via, son stufo de servir”. Insomma non proprio un furbone!

ASGO, Giudizio Distrettuale di Monfalcone (1798-1922), b. 66, f. 302

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