Maggio 2022 – “Bona” a chi?

L’ultimo versamento archivistico, avvenuto nel 2019, da parte della Prefettura di Gorizia ha interessato anche la serie relativa alla “riduzione” dei cognomi. Tale documentazione è interessante per conoscere il processo di cambiamento dei cognomi condotto nella Provincia di Gorizia in un periodo che va dal 1927 fino alla fine degli anni ’70 del secolo scorso. Si tratta di un tema che interessò un’ingente quantità di comprovinciali dell’epoca, in considerazione del fatto che la modificazione del cognome da una forma “straniera” a una versione “più italiana” ha interessato un territorio di popolazione prevalentemente slovena.

La serie archivistica possiede un interesse polivalente (politico, storico, anagrafico, e via dicendo). Pertanto il personale tecnico dell’Archivio di Stato di Gorizia è impegnato, da qualche mese, nella schedatura analitica di ogni singola unità archivistica, in modo da poter presentare quanto prima (anche all’interno del sito istituzionale) un database ricco di dati utili alla ricerca su persone e famiglie.

Il documento del mese di maggio 2022 va introdotto con un piccolo inciso, atto a inquadrare il contesto storico del periodo. Negli anni in cui il partito di governo si stava qualificando come “regime”, fu promulgato un regio decreto legislativo  (10 gennaio 1926, n. 17) che prevedeva la “restituzione” in forma italiana di tutti i cognomi stranieri o di origine straniera per l’allora provincia di Trento, includente anche il Tirolo meridionale o Alto Adige, abitato per lo più da germanofoni. Tale disposizione fu estesa il 7 aprile 1927 (con il regio decreto n. 494) a tutti i territori annessi e quindi anche alla Venezia Giulia, con l’intenzione non celata di snazionalizzare i cognomi di queste terre di confine. La legge prevedeva che la modifica del cognome in forma italiana fosse ufficializzata da un decreto prefettizio; di conseguenza la Prefettura di Gorizia richiese a tutti i Comuni della Provincia l’elenco dei cognomi dei proprî cittadini per riscrivere in forma italiana tutti quei suoni allora definiti “allogeni” (friulano compreso, almeno dalla metà degli anni Trenta). Per quanto concerne il cambiamento vero e proprio dei cognomi di origine straniera, l’art. 2 della legge soprammenzionata prevedeva che ciò potesse essere eseguito a seguito di formale domanda da parte dell’interessato. Pur non negando un esiguo margine di volontarietà, occorre precisare che essa spesso fu fortemente determinata da varie “pressioni” che potevano provenire dal contesto lavorativo, culturale e sociale. Non sempre le “domande” andarono a buon fine: molti cittadini già provvisti di un cognome da essi ritenuto non troppo italiano, furono delusi, almeno nei primi anni: è il caso dei numerosi “Furlan” richiedenti la trasformazione in “Furlani”, negata in quanto il cognome originale era già sufficientemente italico. Poi, con la radicalizzazione ideologica, la musica cambiò e anche le loro richieste furono esaudite. Non pochi tentarono di conferire al proprio cognome una forma nobiliare; anche qui il diniego del Prefetto fu netto, vigendo allora l’elenco ufficiale della nobiltà italiana, sì da suggerire piuttosto delle forme meno “patrizie” (è il caso, per citarne solo uno su tanti, di “Jejčič” mutati in “Ielli” anziché “Gerini”, di fiorentina prosapia).

Pur nel periodo non certo favorevole all’esercizio delle libertà politiche, i documenti lasciano intravvedere tracce di episodi faceti, nella loro tragicità. Tale Francesco Bones/Boneš, originario di Caporetto/Kobarid, fece un esposto alla Prefettura di Gorizia in merito alla “restituzione in forma italiana” del suo cognome, stabilita con decreto n. 3390/492 del 6 aprile 1932 in “Bona”. Il ricorso è a dir poco commovente, nel suo ingenuo candore: Francesco, che si definiva un regio pensionato, specificò di non volere in alcun modo trasgredire le leggi, dichiarando di nutrire il massimo rispetto nei confronti dello Stato; chiese umilmente di poter riottenere la forma originaria del suo cognome (accludendo tutta una serie di documenti storici in suo possesso, attestante l’origine del suo cognome) in una versione italiana più pronunciabile. Ecco la ragione spiegata con le sue stesse parole: “per non … dare ai suoi discendenti [il fianco] a eventuali poco gradevoli trasformazioni, pronunziando al posto della lettera “B” la “M”. [e qui, per chi non comprendesse i dialetti veneti, si rimanda alla definizione reperibile su questo link].

Il Prefetto di Gorizia, conscio che tale esposto avrebbero potuto finire sul tavolo del Consiglio di Stato o, ancor peggio, dello stesso sovrano, si mise una mano sul cuore e, seppur non accogliendo la supplica del richiedente, commutò l’equivoco “Bona” nel più innocuo “Bonesi”. Veniva così a scongiurare eventuali giochi di parole poco consoni al decoro del patronimico familiare!

Segnatura archivistica: ASGO, Prefettura di Gorizia – Archivio Generale – Riduzione cognomi, b. 76, n. 22242

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