Merletto a fuselli – Resoconto

Grande soddisfazione per l’esito dell’incontro svoltosi nel tardo pomeriggio di mercoledì 25 ottobre, nel suggestivo atrio di palazzo Coronini Cronberg, dove, tra un folto pubblico di partecipanti, la maestra Rosita D’Ercoli ha introdotto un tema non immediatamente associabile al mondo degli archivi: il merletto goriziano.
Si è giunti così al primo appuntamento dell’edizione 2023-2024 dei cicli di conferenze mensili che la Fondazione Palazzo Coronini Cronberg e l’Archivio di Stato di Gorizia dedicano alla storia del nostro territorio, al fine di valorizzare il patrimonio culturale che i due enti, rispettivamente, conservano.

Con la sicurezza che deriva da lunghi anni di ricerche sul campo ma anche dalla passione che anima il collezionista intelligente, oltre che l’esperta realizzatrice di questo prezioso manufatto, Rosita D’Ercoli ha presentato alcuni “casi di studio” che hanno catalizzato il suo interesse scientifico, dimostrando, una volta di più, quanto il corretto utilizzo delle fonti documentarie possa risultare proficuo, anche nel caso di quelle di natura amministrativa, reperibili nei fondi archivistici prodotti dall’ufficio che gestiva i “regi corsi” delle scuole merletti della provincia goriziana, nonché dall’Ente nazionale artigianato e piccole industrie (ENAPI) di Gorizia.

Tre manufatti d’eccezione – una “coperta” in pizzo d’Idria confezionata per la regina Elena di Savoia in visita a Gorizia nel 1922; un merletto “di guerra” prodotto dalle profughe del Litorale austriaco ospitate nel “Barackenlager” di Wagna nel 1916; una striscia di pizzo recante gli stemmi del principe arcivescovo di Gorizia datato 1934 – sono stati illustrati attraverso l’accostamento di esempi stilistici che hanno interessato un lasso temporale incluso tra il XVII e il XX secolo, dall’epoca barocca fino allo stile neo-rinascimentale dei primi anni del 900.

Rosita D’Ercoli non ha mancato di rilevare anche le connotazioni politico nazionali che presiedevano la scelta dei modelli delle lavorazioni, riferitesi in un primo tempo alle suggestioni dell’arte floreale e della Secessione viennese, mai del tutto abbandonate, nonostante i tentativi di adeguarli ad un gusto più specificatamente italiano, negli anni successivi al primo conflitto mondiale.

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